Quattro idrovolanti e un record del 1934

Vigna di Valle

Il Museo Storico dell’Aeronautica Militare si trova a Vigna di Valle, sulla sponda meridionale del lago di Bracciano, e ospita la più importante collezione aeronautica italiana. Il suo sito internet è una sola pagina dentro il portale della Forza Armata, e nell’agosto del 2026, mentre scriviamo, l’unico avviso datato che vi compare annuncia ancora che il museo è chiuso per lavori. L’avviso è del 30 settembre 2021.

Conviene cominciare da quello che c’è dentro, perchè è molto.

Cosa c’è dentro. Il museo dichiara circa ottanta velivoli esposti su più di sedicimila metri quadri, in cinque hangar più il settore esterno. Il sito ne elenca trentuno, senza una matricola, una fotografia o una scheda. L’elenco che segue mette insieme quello che il museo pubblica e quello che si trova nella voce enciclopedica dedicata al museo, che di velivoli ne cataloga settantasei, quasi tutti con il numero di matricola.

Gli idrocorsa. Nell’hangar Velo sono allineati un Macchi M.39 (matricola MM76, quello che vinse la Coppa Schneider del 1926), un Fiat C.29 (MM130bis, il più antico velivolo Fiat esistente secondo le fonti enciclopediche), un Macchi M.67 (MM105) e il Macchi-Castoldi M.C.72 (MM181). Sono quattro idrovolanti da competizione, costruiti per una gara che negli anni Venti e Trenta funzionò da laboratorio: la Coppa Schneider. Le soluzioni aerodinamiche e motoristiche messe a punto per vincerla confluirono poi nei caccia che avrebbero combattuto la guerra successiva, il che spiega perchè nazioni intere si accanissero su una corsa di idrovolanti. Il 23 ottobre 1934 il maresciallo Francesco Agello, ai comandi dell’M.C.72, superò i 709 chilometri orari: è tuttora il primato mondiale di velocità per idrovolanti con motore a pistoni, e sono passati più di novant’anni.

Il sito elenca i quattro velivoli. Non nomina mai la Coppa Schneider, non nomina Agello e non riporta il record. Chi arrivi impreparato si troverà davanti quattro macchine dalla forma insolita senza sapere perchè siano lì, il che è un peccato considerando che sono probabilmente i pezzi più importanti della collezione.

La guerra. L’hangar Badoni raccoglie i velivoli del secondo conflitto mondiale: il Macchi M.C.200 (MM5311), il M.C.202 (MM9667, uno dei due esemplari esistenti, l’altro è negli Stati Uniti), il Fiat G.55 (MM53265), il CANT Z.506 (MM45425, unico esemplare rimasto) e il SIAI S.M.79 (MM45508), quel trimotore che come aerosilurante ottenne numerosi successi grazie a caratteristiche di agilità notevoli. Accanto ci sono un Macchi M.C.205, un Reggiane Re.2002, un Fieseler Fi 156 Storch, uno Spitfire e un North American P-51: di questi ultimi cinque il sito non fa parola.

Due avvertenze che il museo non dà e che è giusto dare. Il Fiat G.55 esposto non è un G.55 di costruzione originale: è stato ricavato per trasformazione da un Fiat G.59 del dopoguerra. Il Fiat C.R.42 dell’hangar Velo è stato ricostruito con parti recuperate fra Svezia, Francia e Italia. E parecchi velivoli portano codici di reparto di fantasia, scelti per rappresentare un aereo famoso che non è quello che si sta guardando.

Il primo aereo a reazione italiano. C’è un pezzo che il sito non nomina affatto, e che meriterebbe da solo il viaggio. È il Campini-Caproni C.C.2, matricola MM488, che il 27 agosto 1940 volò con un motoreattore al posto dell’elica: il primo velivolo italiano a propulsione a getto. Ne furono costruiti due; il primo fu portato in Inghilterra dagli Alleati e demolito nel 1949, e questo è quello rimasto. Sta nell’hangar Velo, e sul sito del museo non esiste.

Le origini. L’hangar Troster raccoglie i pionieri: il pallone di Garnerin del 1804, un Blériot XI-II costruito su licenza in Italia (BL-160), due SPAD S.VII – quello di Fulco Ruffo di Calabria, matricola S-153, e quello di Ernesto Cabruna – un Macchi-Hanriot HD.1 (Hd-19309, l’aereo di Flavio Baracchini), un Caproni Ca.36, la fusoliera di uno Junkers J.I e la replica del Wright numero 4, di cui il museo conserva il motore originale.

I moderni. Nel 2023, per il centenario della Forza Armata, è stato costruito un nuovo padiglione a doppia campata, milleottocento metri quadri, che ospita i velivoli in servizio fra il 1952 e il 2020 con una parte dedicata alle pattuglie acrobatiche: AMX, Eurofighter, MB-339, oltre ad aree tematiche sui caschi, sulle eliche e sulle missioni spaziali degli astronauti dell’Aeronautica. Sul sito del museo questo padiglione non esiste come testo: compare soltanto come etichetta di una galleria fotografica e come pulsante del museo virtuale.

Fonti: pagina ufficiale del museo e visita virtuale per hangar, consultate nell’agosto 2026, integrate con la voce enciclopedica del museo per le matricole e per i pezzi che il sito non elenca. Il primato dell’M.C.72 è confermato dall’Aeronautica Militare e da due fonti indipendenti; la maggior parte delle altre affermazioni di unicità poggia su una fonte sola ed è riportata come tale.

Il capannone. Merita una nota l’hangar Troster, ed è il sito stesso a fornirla, in una delle poche righe davvero informative della pagina: «Questa aviorimessa di costruzione austriaca fu ottenuta, insieme ad altre dello stesso tipo, in conto pagamento danni di guerra al termine del primo conflitto mondiale ed è attualmente la più antica struttura del genere ancora presente in Italia». Un pezzo di riparazioni di guerra diventato a sua volta pezzo da museo.

Il sito. E qui finiscono le buone notizie.

Il museo non ha un indirizzo proprio: vive come sezione del portale dell’Aeronautica Militare. Il testo introduttivo parla di «più di 16.000 metri quadri complessivi» e di sei padiglioni, ma la sezione dedicata alla collezione ne descrive tre. Manca all’appello, fra gli altri, proprio il padiglione del centenario.

I velivoli elencati sono trentuno, contro i circa ottanta che il museo dichiara di esporre. Non c’è una scheda, una fotografia o un collegamento per nessuno di essi: solo nomi in colonna. Chi cerca su un motore di ricerca «Campini Caproni dove si trova» non arriverà mai su questa pagina, perchè su questa pagina quel nome non compare.

Il difetto più serio però riguarda le informazioni di servizio, che in una pagina di museo dovrebbero essere l’unica cosa impossibile da sbagliare. Nella stessa sezione convivono due versioni degli orari: una indica l’apertura dal martedì al venerdì fino alle 16:30 e nei festivi fino alle 18:00, con biglietto intero a 7,50 euro e ridotto a 5,00; l’altra, poco sotto, indica un orario diverso e conclude che «L’INGRESSO AL MUSEO STORICO E’ GRATUITO». Due risposte opposte alla domanda più semplice che un visitatore possa fare.

Aggiungiamo che la pagina è disponibile soltanto in italiano, che non esiste una biglietteria ufficiale online – i biglietti si trovano su piattaforme di terzi – e che del parcheggio non si fa parola, cosa non irrilevante per una struttura raggiungibile quasi solo in automobile.

La visita. Per i visitatori singoli e le famiglie la prenotazione non è necessaria; serve per i gruppi di almeno venti persone, le associazioni e le scolaresche. In treno si arriva con la linea FM3 fino a Bracciano, e da lì si prosegue in taxi o con il bus locale della linea D1, di cui il sito riporta gli orari. Il museo è chiuso tutti i lunedì feriali.

Chi scrive lo ha visitato due volte, da civile e da militare, ma prima del riallestimento: del nuovo percorso espositivo non può dire nulla. Il che riassume bene il problema, perchè dopo aver letto il sito non ne saprebbe comunque niente.

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